Spunti dal libro: "Archeologia dei medicamenti"

di Antonino Raitano

La tesi della società ALFA WASSERMAN, che proponeva alla Classe Medica prodotti innovativi, era: «dai resti del passato si ricavano conoscenze sulle evoluzioni e sui fatti dell'Uomo. Naturalmente dell'Uomo nel senso universale, quindi presso tutte le culture».

Il libro è dedicato all'uomo universale e al suo fortunoso istinto di curarsi.

…si scopre che ci sono sempre punti in comune nelle varie civiltà del mondo. In fondo l'uomo è davvero uguale dappertutto! È fragile, in particolare, di fronte al male (dolore), cerca il rimedio esterno per recuperare la salute, si rivolge alla natura per trovare i primi ausili.

Poi "gioca" anche col magico, col mistero, con le forze sovrannaturali, per avere un'ulteriore conferma.

Conosce dunque i suoi limiti terreni e crede nell'Aldilà. Qualcuno si offre da fargli da mediatore: santoni, maghi, sciamani, ecc., sono sempre a disposizione in ogni popolo ed in ogni epoca.

Ma quando l'uomo è malato, rimane inevitabilmente un debole ed ha quindi bisogno di essere ben rassicurato.

Solo così può sperare di guarire con una migliore probabilità. In fondo, è il suo destino, di ieri e di oggi. Con le droghe naturali o con i farmaci di sintesi l'uomo rimane in sostanza uno sprovveduto di fronte al male. Il medicamento resta allora un suo continuo, infinito, irraggiungibile traguardo.

È bene ricordare che ogni civiltà non è isolabile nel suo contesto storico: essa è anche frutto di interazioni ed integrazioni, di scambi e di esperienze con altri popoli di contatto o che l'hanno preceduta o seguita nel tempo. È quindi in fondo un risultato comune.

Per convenzione la si identifica in una sua unità ed in un suo tempo circoscritto: ciò vale nella misura in cui serve ad evidenziare un suo prevalente patrimonio specifico, un suo contributo particolare all''umanità.

Credo che un passo indietro, riguardando in particolare uno squarcio dell''antica Farmacia, o più in generale dell'Arte Medica, possa servire, attualizzando il passato, a migliorare la comprensione del presente ed a guardare con maggior fiducia all'evoluzione del futuro. Oltre a ricordarci che abbiamo profonde radici e rispettabili radici.

…l'uomo è nato fragile. La medicina è stata, dopo gli alimenti, senz'altro uno dei suoi primi bisogni naturali. E l'acqua, di certo, è stata il primo vero medicamento. L'acqua fresca per lenire un dolore, o arrestare un'emorragia, l'acqua calda per riattivare la circolazione del sangue o togliere i brividi. Anche per imitazione degli animali.

Poi i vegetali, le erbe, che lo circondavano abbondantemente, e per ultimi, forse, in ordine di tempo, i succhi animali e le sostanze minerali. La filosofia del medicamento atavico, inteso meglio proprio come droga, è abbastanza elementare.

Abbiamo detto che l'uomo è fragile, lo è sempre stato, lo è tutt'ora, certo per la sua natura mortale, ma anche perché la vita quotidiana è densa di accidenti, o di malanni, in grado di modificare estemporaneamente lo stato di salute, o di benessere che dir si voglia. Qualsiasi alterazione di questo stato, come è noto, significa malattia. E l'uomo ha sempre detestato, per logica, la malattia.

Quindi ha cercato subito i rimedi. Cioè i medicamenti, per riavere la sua salute, il suo stato fisico e mentale ottimale, il suo benessere. Medicamenti quindi come chiave di risoluzione del problema esistenziale, un problema psichicamente se non anche fisicamente, da rispettare. Istintivamente, senza sapere nulla di anatomia e dei delicati meccanismi fisiologici dell'organismo, senza sapere nulla di patologia. Uomo come animale. Del resto, è dall'animale che l'uomo ha appreso la prassi dell'istinto curativo: l'animale ferito si lecca la ferita, o comunque si bagna. Nelle migliaia di anni non abbiamo ancora smesso di farlo. Per una piccola improvvisa ferita la saliva è il primo toccasana.


Basta ricordare che l'istinto di conservazione è proprio di qualunque specie vivente, animale e vegetale. Qualunque meccanismo di risposta alle aggressioni esterne è prettamente difensivo e mira ad evitare l'alterazione del ritmo biologico. Medicamento e terapia rientrano nella logica della riparazione, della difesa dello stato iniziale, al limite vitale.

La prima terapia è sempre automatica. L'uomo antico ha certo appreso le prime nozioni dall'osservazione, di se stesso e degli animali in primis. La stessa ferita, che da sola cessa di sanguinare e poi cicatrizza, è di facile constatazione, come abbiamo visto. Uomo, medicina e medicamento sono in conclusione un insieme primitivo con non abbisogna di molte spiegazioni. Sono concetti della stessa filosofia naturale dell'esistenza, primordiale, connessa all'essere vivente.

La meraviglia è che è la stessa regola per tutto il creato vivente, intelligente o meno, perché è la logica della vita, oltre la quale le difese non servono più. La nostra terapia artificiale (antica o moderna) si aggiunge a quella naturale, la integra, solo a volte la migliora. Spesso è del tutto inutile. La natura si difende, si dice. È un assioma sempre da ricordare. Anche a fronte della migliore terapia, è l'organismo che deve reagire, anche con le sue forze, per permettere al medicamento di esplicare la sua azione ed essere efficace.

Il malato che non accetta la medicina, è un malato che non si può curare. Molte terapie invece sono efficaci perché l'organismo le accetta volentieri, non solo psichicamente ma anche fisicamente.

Il miracolo farmacologico è ancora lontano dall'essere stato scoperto completamente! Tanti medicamenti, ancor oggi, agiscono e non sappiamo perché. Non conosciamo i meccanismi d'azione dei medicamenti, o non conosciamo come funziona il nostro organismo? Certamente ambedue le cose sono ancora da indagare. E quindi cadiamo nel mistero del medicamento. Cadiamo nell'ipotesi che comunque, connesso al medicamento, c'è sempre stato, e c'è ancora, qualcosa di sconosciuto, qualcosa che ci sfugge, qualcosa che aggiunge al desiderio istintivo del rimedio, il fascino dell'ignoto, dell'incertezza. Tutti i medicamenti antichi erano circondati da molta aria di mistero, da magia, e in questo spesso stava la loro forza di persuasione e di effetto.

Magia quindi come precursore della medicina? Oggi, è vero, conosciamo di più, la scienza farmacologica e lo studio dell'uomo hanno fatto notevoli progressi, ma quanto, in ogni terapia, è perfettamente noto? Quanto gioca ancora il mistero del farmaco? Quanto contano ancora le immagini stereotipate di medico, terapia, ignoto, malattia, istinto di conservazione, paura della morte (o incertezza della vita)? Allora medicamento e psiche, medicamento e desiderio di guarire, medicamento e superamento dell'ansia della malattia, medicamento come arma per tenere lontana la fine della vita, cioè la temuta morte.

Confini sfumati stanno davanti all'uomo malato. Medicamenti e medicina restano in parte sempre lontani dal senso comune della vita. L'uomo sano si sente di fatto invincibile (nell'istinto), l'uomo malato si sente vittima: del destino, dell'ignoto, del fato, dei medicamenti, del mistero che avvolge la sua debolezza umana, il suo affanno esistenziale. Se ha fede resiste, altrimenti precipita, psiche e corpo, nel travaglio umano, rischiando ogni volta di soccombere. Quale impossibile miracolo allora vorrebbe richiedere alle medicine?

Ma anche oggi la medicina non è solo scienza. Come in ogni conoscenza umana rimangono ancora dei retaggi storici, delle tradizioni che resistono al tempo, delle abitudini cui ci si affeziona per istinto, delle credenze strane, delle politiche a volte discutibili ed infine delle esperienze personali.

L'uomo, come si è visto, si è sempre aspettato qualcosa dalle medicine un aiuto, un sollievo, una guarigione, una speranza se non un miracolo. Oggi però vorrebbe ancora di più. Nessuno gli ricorda abbastanza bene che occorre prudenza e finisce così, l'uomo moderno, per essere preda, a volte, anche di sostanze illecite e pericolose. Sembra ovvio che è solo ai malati che bisognerebbe riservare i medicamenti. Si crede invece che anche il sano abbia comunque diritto a rendersi più facile la vita, ricorrendo comunque a dei rimedi. Pillole allora per ogni evenienze: per dormire, per stare svegli, per essere più in forma e più intelligenti addirittura! Il rischio è che, anziché imparare a fermarsi davanti alla tentazione dei farmaci, ci si possa sottomettere al loro potere.

P. Chauchard scrisse: "…la saggezza nell'uso dei farmaci non è che un particolare aspetto dell'uso umanistico e non tecnocratico dei mezzi tecnici. Fin dalle sue origini l'uomo, come abbiamo visto, se malato, o creduto tale, ha imparato a scoprire i rimedi naturali, quelli logicamente più a portata di mano; ma li ha dovuto sempre elaborare, trasformare, accompagnare anche da atti di fede, o meglio di suggestione o di magia, che in genere hanno sempre contribuito a fargli credere nel risultato sperato o raggiunto. Il fattore psicologico, come noto, anche oggi è riconosciuto importante nel determinismo di molte terapie, specie per le affezioni psicosomatiche. Lo stesso placebo è simbolo conosciuto di effetto da non azione di un non medicamento. Ma anch'esso serve".

La morale qual è? Da tempo immemore abbiamo imparato a conoscere i medicamenti, cerchiamo oggi di rispettarli di più, dato che sono più attivi. In fondo, sempre nel nostro interesse di esseri umani e consapevoli dei nostri grandi limiti.